Lettera a Draghetto

Non c’è l’ho fatta stasera.

E nemmeno l’altro ieri, nemmeno la settimana scorsa e quella prima per ben tre volte, succede sempre piu spesso, sempre più forte, sempre più paurosamente.

Quando ero bambina ricordo che aspettavo mamma e papà in silenzio, desideravo con tutta me stessa che, in qualche modo poetico mi notassero in quell’accozzaglia di grida, pastelli rotti, pezzetti di cibo smangiucchiati e soprattutto bambini. Troppi bambini per i miei gusti, in tutta onestà troppi per essere notata, troppi casini per dar retta a una come me che fino all’adolescenza è sempre stata brava.
“Che brava che eri da piccola”.
Nei viaggi di ritorno da scuola in pullman pensavo solo a quanto sarebbe stato bello vedere la mia mamma alla fermata, e quando mi allontanavo da casa per esplorare in mezzo ai prati speravo che qualcuno lo notasse e venisse a cercarmi, ogni tanto mi nascondevo apposta in posti conosciuti ma inconsueti come la vecchia casa dei nonni, la cascina, un anfratto del cortile. Mi capitava anche di starci a lungo, dopo un po’ i bambini davano fastidio anche a me, che ero “brava“.
Mi rannicchiavo, giocavo, pensavo, piangevo. Soprattutto piangevo. Sempre con l’orecchio teso. Sempre vigile. Sempre attenta. Mamma e papà non sono mai arrivati, né per gioco, né per preoccupazione. Non che io ricordi quantomeno. Provavo anche a sedermi sul gradino in cima alla grande scala di casa, mi passavano davanti senza vedermi, tutti quanti, come se quella marmaglia di gente fosse un tutt’uno che si muove velocemente, rotola intorno a me. E io immobile a guardare.
Però c’è stato anche un tempo in cui ero profondamente vista e curata e tanto, tanto coccolata. I miei nonni non mi lasciava mai, in particolare nonno mi vedeva, mi vedeva veramente ed è per questo che quando è mancato e nessuno ha preso il suo posto, io mi sono sentita completamente sola in una casa piena zeppa di persone. Sempre troppe, troppissime persone. E non riuscivo a dirlo a nessuno.
Come in quei sogni in cui cerchi di gridare ma non riesci. Ecco, io urlavo dentro ma non mi usciva nemmeno una parola, non un pianto, nessun lamento.
Intorno a questo si è costruita tutta la mia vita e si, ancora oggi è così. Iosonolinvisibile. L’ho scoperto grazie ad una psicologa e nello stesso istante in cui me lo ha spiegato, snocciolando pezzo per pezzo la mia infanzia come se fosse un grappolo d’uva, ho avuto un’epifania o come piace dire a me, un apice.
Sono stata tutta la vita e bada bene, tutt’ora lo sono, in cerca di qualcosa o qualcuno che vada a rimpiazzare quell’amore incondizionato che ricevevo dai miei nonni. Anche se volessi fermarmi, ed in tutta onestà ci ho già provato, la vera persona dentro di me non si fermerà mai, ormai l’ho capito, quello che sono dentro io lo conosco.
Quello che non ricevo lo restituisco cento, mille volte di più. E più amo e più sono invisibile.

Io sono un orso. Anzi, un’orsa.

Pensami come un’orsa gigantesca e scura, malandata ma affascinante, incredibilmente forte benché molto goffa, che dal momento in cui si sveglia al mattino fa quel che deve. Ogni singolo giorno della sua vita. Se incroci il suo sguardo la eviti, deve trovare cibo, non ha tempo per altro, non vuole conoscerti, niente distrazioni. Si tratta di necessità.

Poi pensami quando cala il buio sul ciglio di una grotta, accucciolata, il muso fra le zampe incrociate, gli occhi stanchi che cercano le stelle e le orecchie vigili ai predatori. Non lo fa per lei, di giorno, non lo fa per lei, di notte, dietro ad ogni suo passo ci sono i suoi cuccioli, dentro ogni notte insonne c’è il suo calore che li scalda, il suo amore che li avvolge.

“L’amore di una madre per il proprio figlio non ha eguali al mondo. Non conosce legge, non conosce pietà, osa tutto e schiaccia senza pietà tutto ciò che si pone sul suo cammino.”

Agatha Christie

Pensami così, come mamma orsa, perché stasera non ce l’ho fatta, come tutte le altre sere, e chissà quante ancora a stare con voi, ho troppe cose da fare, devo fare del mio meglio, spendere tutte le mie energie per proteggervi e per essere vista, in qualche modo, da me stessa.

Sono ancora una volta invisibile e non vorrei esserlo per voi, mi pentirò per la mia assenza, lo so, ma di notte quando dormite vi strigo forte e non vorrei lasciarvi andare mai. Volevo che lo sapessi mio draghetto dagli occhi blu, proprio tu che stai crescendo con poca mamma accanto.

Lo faccio per te e lo faccio anche per me, è ciò che sono, e spero un giorno tu lo capirai come io ho capito la mia mamma.

Io ti vedo

Mamma orsa

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