Solo un paio di scarpe

E’ capitato un giorno per caso. Non ricordo né il periodo dell’anno, né l’anno stesso, ricordo solo che ero maggiorenne – per cui potrebbe anche essere in epoca preistorica – ed avevo accompagnato la nonna in chiesa, per la messa del nonno. Essendo per lei praticamente l’unico momento mondano dell’anno, dopo la messa ha iniziato a salutare uno ad uno tutti i presenti, dai vecchi amici ai conoscenti, al prete, alle perpetue… mentre io ricevevo un grandissimo insegnamento.

Prima di spiegare di cosa si tratta però serve una premessa. E’ necessario che racconti, almeno in breve, la storia dei miei nonni, così come l’ho vista io con i miei occhi e poi immaginata nella mente, attraverso gli aneddoti che ho ascoltato negli anni. Una storia bellissima, credete a me.

La nonna proprio oggi compie 81 anni e il nonno ne aveva 5 più lei, ciò significa che sono nati negli anni 30′, tra le guerre, sotto la dittatura del Duce. La seconda guerra mondiale è stata la loro infanzia: mia nonna ricorda ancora quando era una piccola Balilla, un soldatino al servizio del paese – “dovevamo cantare in piedi”- dice – o quando suo padre ha scampato, per un pelo, il venir caricato su una di quelle camionette che non si sapeva dove portassero, solo per aver detto una frase “di troppo”. I tempi duri, la fame, le devastazioni della guerra. Poi l’arrivo degli americani, la liberazione e le prime vere elezioni democratiche, la guerra fredda e quella del Vietnam, il miracolo economico, JFK e Martin Luther King, lo sbarco sulla luna, gli anni di piombo e l’avvento delle prime tecnologie. E’ detta in breve, ma in buona sostanza loro hanno vissuto il momento di più rapida evoluzione dell’uomo mai misurata, pensate solo che 60 anni fa non si faceva la patente perchè non si usava. Oggi iniziamo il corso di guida a 17 anni e mezzo, mentre loro andavano in giro in bicicletta, non hanno mai guidato una macchina nella loro vita. Il nonno (Carlo) e la nonna (Maria) si sono conosciuti da adolescenti, al mercato di paese. La nonna apprendista sarta, Carletto, invece, falegname.

Ora, io non so se qualcuno si è mai documentato su come si faceva negli anni ’50 a trovare un fidanzato, un compagno o cose così, io ho cercato di farmelo spiegare dalla nonna, consapevole che non si diceva “esco con tipo” “c’ho le storie con quello” e ne è venuto fuori che semplicemente si usava dire “parlare insieme”.  Non so a voi ma a me sembra che calzi a pennello, sia “parlare”che “insieme”, e credo che le due parole racchiudano perfettamente il vero significato dell’unione tra due persone.

Comunque, dopo quell’incontro, si sarebbero dovuti rivedere ancora al mercato la settimana successiva, ma il nonno non si presenta. “Ah varda, a me, me ne fregava mia” – dice la nonna mentre racconta e sbuffa, si ricorda perfettamente la delusione nel non averlo rivisto, ma cerca di nasconderlo. Fatto sta che questa situazione va avanti per un paio di settimane quando alla terza si ripresenta Carletto con la sua bicicletta e una sciarpa intorno al collo, era rimasto a casa per il mal di denti. “Potevi restare dov’eri” – dice Maria, lui ci rimane malissimo, povero nonno, ma essendo già innamorato fritto non gliene importa nulla, la lascia parlare. Cosi’ sarà poi per il resto della loro vita insieme.

Si sono spostati il 21 Settembre del 1958, non sono andati in viaggio di nozze, il nonno voleva lavorare un po’ per portare la nonna a Roma – “so dre amo’ a specia’ ul to nonu” –  dice con fare altezzoso e gli occhi lucidi. A Roma è vero, non ci sono mai andati. Non c’è stata nessuna luna di miele, mia mamma è nata praticamente dopo 9 mesi e poi è arrivato mio zio e prima e dopo qualcosa è andato storto e poi si sa, si doveva lavorare. Maria ha rinunciato a essere una sarta professionista rifiutando una buona occasione per crescere i figli, si dice, ma non ne parla volentieri. Il nonno lavorando ha costruito una casa, quella dove siamo cresciuti tutti, cercava sempre il posto da legname’ migliore, cantava nel coro della chiesa, faceva l’orto in modo esemplare, mentre Maria cucinava (e cucina ancora) la gallina ripiena, le polpette legate con lo spago, i ravioli con il brodo della stessa gallina. Io sono cresciuta con questi profumi, li ho tutti che mi scorrono nelle narici. La segatura, il fieno, i melograni, la polenta. Potrei andare avanti all’infinito.

La loro vita scorre dunque tutto sommato niente male, mia mamma è bravissima a scuola, mio zio è più uno spirito libero, il loro equilibrio è intatto. Maria è un po’ suonata, grida, fa di testa sua, molto determinata e brontolona, non si lascia comandare da nessuno, rompe talmente le balle al nonno che secondo me lui ha dovuto sviluppare negli anni una sorta di strategia auto difensiva per non mandarla al diavolo ogni volta: la prendeva in giro, ma senza esagerare, senno’ erano cazzi. La guardava ed era felice comunque. Io i miei nonni li ricordo così, come quella foto che avevano in camera, il nonno la abbraccia, lei fa una smorfia. Ma non credo ci sia una sola donna in tutto il mondo che ha amato Carletto più di lei, quando ancora oggi parla di lui, anche solo per un secondo, le diventano gli occhi rossi all’istante e si incazza con lui, direttamente “Carletto!”- esclama guardando in aria con le mani giunte. Spesso per farla ridere noi nipoti la chiamano bela (“bella” in dialetto) e lei ci risponde, gridando “certo che sono bella, anche il nonno me lo diceva sempre, ti ricordi che me lo diceva?” – non se lo ricorda nessuno ovviamente ma non c’è bisogno, la nonna era veramente bella e lui lo sapeva. 

Stessa vita, stesso paese, stessa gente per 45 anni, 6 nipoti che hanno amato credo più dei loro figli, anche se il nonno aveva occhi solo per mia mamma. Poi un giorno Maria si ammala, gravissimo dicono, e Carletto la segue a ruota, ma solo per il solito mal di denti. Fatto sta che invece la nonna riesce a guarire, ma il mal di denti del nonno non passa. Non è più passato. “L’ho conosciuto con il mal di denti e con quello se n’è andato”.

Loro avevano quello che le generazioni successive, compresa la mia, non hanno mai colto dal loro vissuto: l’umiltà e la felicità per le cose semplici. Non erano alla ricerca di un bel nulla Maria e Carletto, volevano solo vivere l’uno con l’altro, avevano una stalla, qualche coniglio e molte galline, quindi erano ricchi, ma la loro prima casa aveva il bagno fuori, oltre il cortile. Ora io traggo beneficio di tutto ciò che loro hanno creato con tanta fatica: non erano istruiti ed hanno cresciuto mamma e zio con i valori in cui credevano, mentre pensavano al futuro dei nipoti praticamente ancora prima che nascessimo.

Questa è, a grandi linee, la loro storia, un storia che mi affascina per il coraggio che i miei nonni hanno avuto nell’affrontare insieme tutto, tutto quello che può accadere in 50 anni di esistenza. Io ne ho vissuti solo 32 e mi sento già scoppiare.

Detto ciò ritorniamo a quel giorno in chiesa. Potete immaginare che i saluti dopo la messa sono un rito e durano circa il doppio della messa stessa, perchè chiaramente l’età media degli interlocutori della nonna sia aggira intorno ai 78/85 anni, una delizia, tra l’andatura lumacosa e gli occhi a palla di Maria che mi guardano come per dirmi: “fammi capire tu quello che mi ha detto questo perchè io non ci ho capito un casso!.. si, perché la nonna è bella sorda e con il suo carattere c’è solo da morire di risate. Comunque, ad un certo punto le viene incontro un signore magro con un cappello e si mettono a parlare, io capisco poco o nulla, tra il dialetto stretto e l’elenco di necrologi a me sconosciuti, ma ad un certo punto, salutandosi, il signore le dice, “Oh Maria, in fin dei conti bastano solo un paio di scarpe per girare il mondo”.

Ora, non chiedetemi perchè, ma ci sono quei momenti in cui una frase, sentita per caso, ti sembra un messaggio diretto a te, e solo a te. Quel “solo un paio di scarpe” era per me. Cosa intendesse lui di preciso non lo saprò mai, cosa ho capito io e cosa ho elaborato con gli anni lo so bene.

Non serve nulla di più che quello che già abbiamo con noi, per camminare nel mondo, nel presente e verso il futuro…per crederci, per affrontare anche le strade peggiori,  per andare avanti e  non mollare. Per non sentirsi vuoti, per costruire qualcosa in si crede veramente. E’ tutto qui, tutto solo in un paio di scarpe.

Basta solo un po’ di amore a sto mondo, mannaggia “Carletto!”.

Auguri Maria 

 

 

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