Tatuato nell’anima

Ci sono date nella vita di ognuno di noi che non dimentichiamo mai, neanche a volere. Sono solo alcuni giorni, mesi, anni, o periodi che se solo ti sovvengo per caso ti fanno drizzare le orecchie, strabuzzare gli occhi e venire la pelle d’oca. Scandiscono l’anno che stai trascorrendo. Che lo si voglia o no il primo è sempre il compleanno, poi ci sono le feste comandate e in seguito loro, i giorni che hanno generato una storia nella tua storia. Arrivi a trent’anni che ne hai accumulati una decina, o giù di lì, di quelli pesanti manco fossero una dose di emozioni sparata direttamente in vena. Tra questi ci sono solitamente “le prime volte” in tutti i sensi: ci si ricorda di certo la prima volta che si è fatto l’amore o nascita dei fratelli, la prima volta che qualcuno ti ha fatto sentire importante, la prima canna o semplicemente il primo giorno di primavera e così via. Senti questi momenti ancora di più se non sono stati poi così belli, o se sono legati a ricordi amari e difficili ancor sì, da digerire. Si finisce per ricordarli sempre, più si avvicinano, più se ne sente il peso. Passano gli anni, si offusca il ricordo, se ne vanno le persone con cui l’hai condiviso o più spesso te ne vai tu, ma non si cancellano mai.

Si dice che certi momenti siano tatuati nell’anima, ed è così.

“All the love gone bad turned my world to black,

Tattooed all I see, all that I am, all that I’ll be“

Black, Pearl Jam

Sono giornate che ti cambiano, ti guardano in faccia e ti dicono “ehi tu, issa le vele, è ora di cambiare rotta”. Spesso questi momenti io li ho vissuti in viaggio, neanche a dirlo, perché anche se sono ricordi finiti so di averli vissuti mentre facevo qualcosa per me di valoroso, qualcosa che mi rispecchiava perfettamente, e questo non è mai sbagliato. Come quella volta in macchina, da San Sebatian a Biarriz, quando il mio compagno di allora, dopo 12 anni, si gira verso di me e mi dice “forse non sono la persona giusta per te”, per cui ho imparato a cavarmela senza lui o altri al mio fianco, oppure quando sfrecciavo da sola di notte per le strade di Cefalonia perchè seguita da qualcuno, da lì, ad esempio, ho imparato ad essere più prudente quando viaggio. Tra le date che preferisco c’è sempre il 4 Dicembre, quel giorno, nel 2012 sono partita per il mio primo viaggio in solitaria, dove ho scoperto questo modo di viaggiare che mi appartiene, profondamente. Da quell’anno utilizzo questo periodo meraviglioso per dedicarmi a me stessa. L’anno successivo infatti sono partita per l’Australia e quello appena passato ho fatto il tour nord europeo che mi ha permesso di riprendermi da una botta tremenda. I viaggi sono la migliore medicina per le ferite del cuore. Dicembre ha in sé una magia spettacolare, fortunata. A dicembre girovago tra il freddo delle vie appena addobbate, dove ancora non è Natale, ma ci si prepara per il suo arrivo, si sente l’aria pungente, le mani congelate, la sigaretta che continua a spegnersi. Amo Dicembre. Al contrario di questo Aprile, tremendo, che già inizia con uno scherzo, non fa dormire facendoti venire ancora più sonno, ti rivolta come un calzino tra raffreddore, mal di testa e allergie all’impossibile per riconsegnarti poi a Maggio invece, in splendida forma, ma fino al 30 no, devi stare all’erta. Vallo a capire. Non amo Aprile, ma è qui che, aimè, arriva una delle date più dure. Oggi.

Non ho ancora la voglia di raccontare, benché sia passato del tempo. Continuo a cambiare argomento per questo post, vi dico la verità. Quindi non parlerò di cosa è successo in questo giorno, a 9400 km da casa. Dirò solo che è stato il momento per me di chiusura di un cerchio. Il mio peregrinare “per cento miglia perigli”, come Ulisse che cercava Itaca, diciamocelo in fondo un po’ a casaccio, si è concluso su una barca e in barba alla promessa di un sorriso, ma questa è un’altra storia.

Durante un corso che ho fatto qualche anno fa mi fu insegnato che bisogna celebrare le vittorie così come le sconfitte, e io oggi sono qui per fare questo.

Nell’ anniversario del giorno in cui si è chiusa la mia prima vera opportunità di cambiare la vita, anzichè raccontare come si è conclusa, voglio raccontare com’è iniziata, qualche anno prima. Un viaggio altalenante, sconclusionato, oltre modo avvincente, che mi ha portato dalla Francia all’Australia, passando per la Grecia, l’Asia ed è parte fondamentale della mia storia. Tatuato nell’anima come figlia del vento.

E’ iniziato con una ed una sola volontà:  provare a viaggiare a modo mio, da sola, perché come volevo io nessuno era d’accordo. Quindi un capriccio, una presa di posizione, una pazzia. Chiamatela come vi pare, ma nello stesso momento in cui mi sono accorta che scrivere mi liberava l’anima dalle macerie, ho capito che avevo bisogno di trovare nuovi orizzonti a cui aspirare, nuove facce da ricordare, nuovi luoghi da inseguire e nuove parole da mettere nero su bianco.

Il primo viaggio in solitaria è stato Parigi. Non ho mai amato Parigi in realtà, non sempre almeno, ma quel anno mi ero fissata un po’ con la Francia, in estate, come dicevo prima, avevo visitato la costa basca arrivando fino a Bordeaux e avevo deciso Parigi per concludere in bellezza. Beh, non essendo quello un viaggio in solitaria ho dovuto cedere sull’ultima tappa, salvo ripromettermi che l’avrei fatta a breve, e così è stato. Tre mesi dopo ho messo in atto quel cambio di rotta tanto atteso e prenotato, senza nemmeno pensare, un volo per Parigi, la città dell’amore. Tramite il couchsurfing avevo trovato alloggio a casa di un ragazzo e sua figlia nel 7° arrondissement e una notte in ostello vicino alla Gare du Nord. Cinque giorni solo io e Parigi: l’ho amata profondamente. Cercavo di programmare i miei giri il giorno prima, ma ogni volta mi perdevo tra le cartine, i bistro e la mia fantasia e finivo quindi per fare tutt’altro. Che bello. Ciò che ho sempre odiato di più da piccola è ciò che in viaggio faccio più spesso: camminare. Al tempo l’Iphone non aveva ancora il contapassi (o almeno io non l’ ho mai usato), quindi non so dire con esattezza quanta strada abbia fatto, ma vi assicuro che è stata tanta, tantissima. Ho spaziato da Beauvais ai canali della Senna, per visitare il Louvre quasi deserto, passando per la meravigliosa Notre Dame e toccando gli Champs Elysee, ritornando sulla rive gauche per mangiare, guardare i mercatini e catapultami al Musee d’Orsay e poi su, a Montmartre. Breve giro al quartiere latino poi perdermi tra le vie del centro, letteralmente perdermi, nel senso che non trovavo più la strada. Giravo a vuoto, un po’ preoccupata si, ma felice, felice perché era la mia prima volta. La prima volta che mi perdevo sola in una città , ancora non sapevo che perdersi è perfettamente normale e anzi, se non ti succede significa che hai sbagliato qualcosa. E’ stato esaltante. Ovviamente ce l’ho fatta a ritornare, eccome. Era intorno a Natale, e sapete, ho sempre avuto la fortuna e la coincidenza di vedere alcune grandi città sotto le feste natalizie: Londra –  Milano – Melbourne – Copenaghen – Amsterdam, e vi dirò, Parigi è lì che mi è entrata nel cuore. Non tanto per la città o per i parigini (che da soli si definiscono un po’ altezzosi), ma per quelle piccole cose che ho fatto e che mi hanno riempito di gioia. Mi rivedo bere il vin chaud bollente in cima alla tour Eiffel mentre si gelava, o scalare verso la cattedrale del Sacro Cuore nelle uniche due ore di sole caldo concesso dell’inverno, passeggiare in tarda serata tra le gallerie stellate e meravigliose nel centro commerciale Lafayette,  oppure mi rivedo trascinare incerta il trolley per il cimitero monumentale di Père Lachaise alla ricerca di Oscar Wilde ed avere capito che da lì in poi lo avrei appeso al chiodo – il trolley – ed usato solo lo zaino. Rivedo la mia vita che passeggia indisturbata sui ponti, a fare la spola da una parte all’altra, con tanti pensieri in testa, stranamente molti più pensieri per l’avvenire. A Parigi ho scritto “Terapia d’Urto”, il racconto che finora ha avuto più successo su “lamiaviacolorata” e ho incontrato un ragazzo tailandese, appena atterrato lì dopo 25 anni passati nel suo paese senza vedere nulla, o quasi, del resto del mondo: spaesato come pochi, si è catapultato nel giro di una decina di ore in un universo opposto al suo, e mi ha affascinato parecchio. Prendi e vai. Non avevo ancora realizzato che da lì ad un anno mi sarei trovata nella sua stessa condizione, seduta sul materasso senza lenzuola di un letto a castello, ma dall’altra parte della terra rispetto a qui. E che quello che stavo vivendo era solo l’inizio. Chi l’avrebbe mai detto, non è forse questo il bello del viaggio? Non avere assolutamente idea di quello che ti aspetta oggi e di come poi invece quando succede e ti guardi indietro lo vedi che era destino, era scritto proprio li, negli occhi di quel ragazzo. Non ve lo dico il sorriso che avevo sull’autobus del ritorno da Parigi, io mi sentivo splendere.

09/12/2012

“Lasciare Parigi mentre nevica… Pioggia, sole, neve… il vento gelido che sale dalla Senna e il caldo asfissiante in metro’, camminare tutto il giorno per gustare fino in fondo il sapore di questa città e trovare tante sorprese che non ti aspettavi: io non potevo chiedere altro di meglio… Stare soli con se stessi per conoscersi un po’ più a fondo perché forse, alle volte, non ci conosciamo abbastanza.
Nevica ancora ma il cielo adesso è azzurro… e “with or without you”degli U2 in sottofondo, au revoir Paris!”

Non so voi viaggiatori solitari ma io, da Parigi in poi, ho sempre saputo che sarebbe stato impossibile fermarmi. E anche per chi non è ancora partito, chi pensa di farlo ma non ha ancora raccolto tutte le briciole di coraggio. Arriverà quel giorno. Il giorno in cui si comincia, sul serio, ma attenzione, perchè diventa una malattia.

“es una enfermedad que te salva la vida”

Algo que recordar

una tra le mie citazioni preferite.

Infine, tra tutti gli scenari possibili che mi invento per il futuro non ce n’è nemmeno uno in cui il viaggio in solitaria non sia contemplato. E’ anche vero che da quel giorno io e Parigi siamo un po’ in lotta. Un volta la amo, quella dopo la odio, esattamente come l’amore.

Esattamente come oggi.

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