Il contrario

Parlo di viaggi,  di oltrepassare i confini, vedere luoghi meravigliosi e andare lontano, possibilmente. E sempre. Talmente tanto che mi capita di sentirmi noiosa da sola. E mi fermo a pensare… perché sono così? Per quale motivo non amo i vestiti firmati e i tacchi a spillo, la manicure perfetta e non vado in giro con “Cosmopolitan” nella borsa, ma il “National Geographic” nello zaino? Chiunque si sarà fatto questa domanda almeno una volta, ognuno in relazione ai motori della propria vita. E lasciando stare la parte genetico-scientifica, per la quale ognuno nasce con un’ indole specifica, è bello andare a scovare i motivi nel vissuto, dall’infanzia e oltre. Partire da dove si è nati credo sia un buon metodo per tirare le fila nei periodi di muta e cambiare sul serio, ma soprattutto, cambiare in meglio. Fare un passo indietro, guardare ad un passato lontano, trovare i luoghi da dove è sbocciata questa eterna voglia di avventura che non mi lascia in pace e sì, riuscire ad addomesticarla.

Ed ecco, sono cresciuta in un piccolo quartiere, nella periferia di un piccolo paesino in una piccola provincia. Gattinera, solo dal nome si capisce che è un posto pieno di pazzi, ma magico. Vicino casa scorre un tratto del fiume Adda e tutt’intorno fabbriche dai rumori opprimenti opposte a vecchie cascine e cortili caratteristici di quei luoghi, ad un passo boschetti semi abbandonati, sentieri su torrenti in piena, in secca o ghiacciati, lumache rosse che escono quando piove, così diceva mio padre. Giuppe le lumache rosse le ammazzava quasi tutte, io non ricordo ma credo di averle toccate poche volte, non perché mi facessero senso o altro, semplicemente perché credo che fin da piccola il mio rapporto con la natura sia stato così, molto tranquillo, all’insegna del “vivi e lascia vivere”. Non credo di aver mai fatto male ad un animale, fatta eccezione per il dramma dell’uccellino impavido, finito improvvisamente contro il radiatore della mia macchina, ancora adesso mi ricordo quella scena terrificante. Comunque, credo che la mia propensione al viaggio sia nata lì, tra le quattro mura di una casa piena zeppa di gente, il ruscello a due passi e la mia voglia di scappare. Costantemente scappare. Quanti giorni e quante notti ho passato lì, dai cinque ai venticinque anni, in macchina o a piedi, guardando le stelle, passeggiando, parlando al vento, piangendo, fumando. Sempre un bastoncino di legno in mano per farmi strada. Spesso ero sola, vagavo tra i miei pensieri, sognavo di prendere e andare ovunque, questo immaginavo, mi vedevo come un’esploratrice, immaginavo di tornare dai miei genitori e dire loro che me ne sarei andata a vedere il mondo, magari su un treno o su una nave, e poi sarei tornata per raccontare tutto a tutti e sapete, su questo punto non è proprio così che va la faccenda. Quando si torna da un viaggio, solitamente, solo pochi chiedono: “Allora com’è andata?” e io: “bene, sai c’erano tizio e caio che facevano questo e quello e il posto era…” e anche quei pochi poi non restituiscono nessuna risposta, nessun’ altra domanda. Al contrario di quel che ti aspetti. Al che io mi chiudo subito e smetto di condividere le mie esperienze con altri, preferisco tenerle per me o scriverle. Come quando tornavo dal fiume. Non ricordo che qualcuno mi abbia mai chiesto a cosa giocassi laggiù. Io giocavo con la mia fantasia. Spesso ero spaventata dai cespugli che si muovevano, dal buio, dalle persone che passavano.

Perché non ho paura ora? Si va al contrario tante volte. Quando sei bambino dovresti essere più protetto, coccolato, senza paure che ti bloccano, dovresti essere visibile agli altri. Io mi sento di vivere alla rovescia, le paure che avevo un tempo, anche non molto lontano, oggi sono sparite, mia mamma mi cerca tutti i giorni, sento l’affetto delle persone che mi vogliono bene. Sto andando al contrario come Benjamin Button, e anche se spero di non riscoprimi bebè tra dieci anni, non per l’età, ma perché avrei un aspetto pietoso e poi trovalo tu quello che si innamora, io vorrei solo tornare sulle rive di quel torrente, in quel pezzo di prato, sedermi accanto alla bambina con i codini e altri mille che hanno vissuto le stesse dinamiche e dirle che, tutto quello che sta immaginando di esplorare, un giorno lo vedrà veramente, e sarà solo lei ad averlo deciso. Avrà tutta la libertà di cui ha bisogno, deve continuare a crederci ed usare la determinazione che già solo con la mente l’ha portata così lontano. Le direi che dovrà essere un po’ più saggia nelle scelte semplici, un po’ più azzardata e folle in quelle importanti. Le direi di non fermarsi, di non pensare che la sua immaginazione stia correndo troppo, e aimè, di non badare nemmeno al suono delle parole di altri, anche quelle che dicono di volerle bene. Di correre ancora più veloce, di andare a casa e parlare di tutto questo con la mamma, raccontarle quello che ha pensato di diventare oggi, e di fare lo stesso anche domani.

Adesso che ho il coraggio di affrontare le mie paure le direi che è bella e forte  e che non dovrà mai permettere a nessuno di farle sentire il contrario.

Viaggiare con la fantasia è comunque valido.

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